Storia potentissima e agghiacciante, quella di Vladimir Putin, con cui Stefano Massini torna a occuparsi di Russia un anno dopo aver portato al Sociale il suo "Mein Kampf". È un concentrato di violenza e di lucidissima ingegneria, quello che porta Vladimir, bambino “spacciato ai nastri di partenza”, a scalare tutti i gradi del potere mentre l’Unione Sovietica crolla intorno a lui con il fragore di un terremoto apocalittico. È un racconto del nostro tempo, eppure sembra di leggere un dramma storico di Shakespeare, dove l’ascesa del sovrano avido di imporsi su tutto e tutti non ammette limiti e misure, sconfinando nell’ossessione di concentrare nelle proprie mani il controllo, l’ordine, l’urgenza stessa di uno Stato pre-moderno fondato sul terrore.
Ne prende forma, nello stile di Stefano Massini, un materiale scenico di inaudita ferocia, in cui passo per passo si mette sotto la lente del microscopio la scalata irresistibile di un adolescente teppista fino al vertice del Cremlino, in un susseguirsi epico di incontri, dialoghi, ritratti di personaggi e impressionanti scene di massa in presa diretta sul crollo spaventoso del sistema sovietico.