Nella notte fra il 12 e il 13 febbraio 2026 a Gnosca un uomo, rientrato dal carnevale, ha ucciso la moglie strangolandola e poi si è suicidato con un colpo di arma da fuoco. Flavio Stroppini a Gnosca ci è nato e cresciuto. Gli abbiamo chiesto di portare a teatro una riflessione a partire da quanto accaduto nel quartiere di Bellinzona.
«È successo dove c’era un prato quando ero bambino», dice Stroppini, «ci hanno costruito una casa e una donna è stata uccisa. Non è il vento che fa impazzire la gente. Passano gli anni, aspettiamo che qualcosa cambi ma c’è sempre un altro corpo sul pavimento. Femminicidio. Non c’è niente da capire, niente da perdonare. Non ci sono stagioni per la violenza. È solo che certe leggi sono fatte dagli uomini. Quando accade tutti urlano, ma nessuno ascolta».
Da questo “nessuno ascolta” è nato “Mia”. La violenza di genere viene abitualmente rappresentata come un evento improvviso o isolato e l’attenzione è solo sull’esito finale, rischiando così di confermarne l’eccezionalità, anziché renderne leggibile la caleidoscopica varietà dei passaggi. La forma del radiodramma, presentata live in cuffia, evita il consumo visivo dell’orrore, donandoci l’essenza e non l’interpretazione.
“Mia” non vuole consolare, irritare o spiegare. Non offre catarsi. Il dovere della narrazione è mettere nella condizione di chiedersi: quando era possibile accorgersi prima?